«Volevo una strada che non fosse solo religiosa. Qualcosa per saltimbanchi e clerici vagantes, inquieti senza terra,  cantastorie e clandestini, ebrei erranti e fuggiaschi in cammino. 
E così, quando si formò la storica pattuglia, ci battezzammo “viandanti”, categoria meno nobile ma col suo orgoglio, che rivendicava la primogenitura sulla riscoperta di quella strada tutta laica e tutta italiana.
Non una moda, un’invenzione del marketing o delle aziende di soggiorno, ma una direttrice indiscutibile e solitaria, scolpita nella pietra, fatta di sangue e sudore,  percorsa da legionari e camionisti, apostoli e puttane, forzati e pecorai, condannati alla crocifissione e mercanti, carri armati e carrettieri. Una linea che ci possedesse.»
(Appia, Rumiz)

 

La Regina Ciclarum,  nome proprio di utopia a pedali
55km in bici lungo sua maestà il Tevere, attraversando la Città Eterna dalle campagne di Prima Porta al mare di Fiumicino.

The Regina Ciclarum
(la locandina dell’Operazione Patronus)

Viaggio epico tra Terra e Acqua
una narrazione lunga 55km al cospetto di sua Maestà il Tevere

Spazio di contaminazione popolare
dai silenzi selvatici delle pianure golenali alla vivace umanità delle periferie urbane
dai fasti monumentali del centro storico alla vastità dell’Oceano Mare

Scenario di mobilità, storia, relazione, svago
nel cuore della capitale come nella campagna circostante
lontani dal traffico e dalla frenesia

Corridoio naturale di impetuosa bellezza
che nessun muraglione potrà mai imprigionare

Moto di riconciliazione
perche’ la città torni a dialogare con il fiume e le sue memorie

Rotta e approdo di mille linguaggi
pedoni, passeggini, cani, corridori, bici, pattinatori…
oggi come nel passato, Roma vive di continue commistioni

Teatro e rievocazione di una epopea millenaria
racconto primigenio di idee, culture e merci venute da lontano

Atto simbolico di riappropriazione
tradizioni, vedute, suggestioni da recuperare un’ansa dopo l’altra

Assonanza emotiva al primato delle consolari
l’Appia in primis, “Regina Viarum” di visioni e utopie

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“Il futuro della conservazione del patrimonio e quello della tutela dell’ambiente e del paesaggio sono due facce della stessa moneta. E’ una moneta che non si gioca nel chiuso dei musei o di professionalità autoreferenziali, rifiuta ogni rituale di esclusione, ripudia il linguaggio criptico, i parrocchiali ammiccamenti fra addetti ai lavori.
Si gioca nel vivo della città, nella strenua difesa del paesaggio e dell’ambiente, nella consapevolezza dei valori etici, civili e sociali che vi sono associati. Essi non valgono proprio nulla se non contribuiscono a costruire, per noi e per le generazioni che seguiranno, un futuro migliore. Ma per farlo, questi valori etici, civili e sociali devono innervarsi nel tessuto vivo della città e del territorio, entrare a pieno titolo nel discorso politico (come la libertà, come la salute, come il lavoro, come la democrazia) e non essere il retaggio di pochi eletti. La scelta, infatti, è questa: o il nostro patrimonio culturale e paesaggistico torna ad essere luogo di autocoscienza del cittadino e centro generatore di energia per la polis (come vuole la Costituzione) , oppure esso è destinato a perire.”
(Salvatore Settis, “Paesaggio Costituzione Cemento”)